Nel panorama del cinema contemporaneo, emergono talvolta opere prime capaci di coniugare memoria personale e riflessione universale. È il caso di La torta del Presidente, debutto cinematografico del regista iracheno Hasan Hadi, un film che nasce da ricordi d’infanzia vissuti in un contesto storico complesso, segnato dal regime di Saddam Hussein negli anni Novanta. Più che una semplice storia autobiografica, l’opera si presenta come una narrazione simbolica che riflette sul rapporto tra innocenza, potere e responsabilità morale.

A prima vista, ambientare un racconto dai toni fiabeschi in un paese colpito da guerra, sanzioni e carestia potrebbe sembrare una scelta narrativa rischiosa. Tuttavia, proprio questa apparente contraddizione rappresenta il cuore creativo del progetto. Il regista ha ricordato un episodio della propria infanzia che, per la sua natura paradossale, sembrava appartenere più alla fantasia che alla realtà: un compagno di classe incaricato di preparare la torta di compleanno per il Presidente, un compito quasi impossibile in un paese dove il cibo stesso era una risorsa scarsa. Da questo ricordo nasce l’idea del film, costruito su un equilibrio delicato tra assurdo e quotidiano, tra immaginazione e verità storica.
Dal punto di vista editoriale, la forza del film risiede nella sua capacità di trasformare una memoria individuale in una riflessione collettiva. Secondo Hasan Hadi, i bambini rappresentano spesso la voce della ragione in un mondo dominato da decisioni irrazionali degli adulti. Questo rovesciamento simbolico — in cui i più piccoli diventano i veri interpreti della logica e del senso morale — conferisce al racconto un tono al tempo stesso favolistico e profondamente realistico. La dimensione narrativa si sviluppa così come una metafora sull’ingiustizia e sulla responsabilità sociale, interrogando lo spettatore su questioni etiche universali: quando il silenzio diventa complicità? Qual è il confine tra obbedienza e coscienza?
Il riconoscimento internazionale ottenuto dal film ha contribuito a consolidare la sua rilevanza artistica. La torta del Presidente ha infatti conquistato la Caméra d’Or e il Premio del Pubblico alla Quinzaine des Cinéastes nel 2025, segnando un debutto particolarmente significativo nel circuito cinematografico internazionale. Un ruolo importante nella realizzazione del progetto è stato svolto dal produttore Chris Columbus, la cui presenza ha favorito le condizioni necessarie per girare il film direttamente in Iraq, elemento ritenuto essenziale dal regista per garantire autenticità visiva e narrativa. Accanto a lui, hanno contribuito anche figure di rilievo come Marielle Heller e lo sceneggiatore premio Oscar Eric Roth, incontrati durante il percorso creativo del film presso il Sundance Lab.
Un altro aspetto distintivo dell’opera riguarda la scelta di lavorare con attori non professionisti e con ambientazioni naturali reali, incluse le zone paludose dell’Iraq, che nel film assumono un carattere quasi magico. Questa decisione non è soltanto estetica, ma narrativa: l’autenticità delle interpretazioni e dei luoghi contribuisce a mantenere un equilibrio credibile tra realismo e dimensione fiabesca. In termini cinematografici, si tratta di una scelta coerente con una tradizione di cinema sociale che privilegia la spontaneità delle emozioni rispetto alla perfezione tecnica.
Non sorprende, dunque, che il regista abbia dichiarato un debito culturale nei confronti del cinema italiano del dopoguerra, in particolare del neorealismo. Camminando per Roma, ha ricordato l’influenza di opere come Roma città aperta e Ladri di biciclette, film che hanno contribuito a formare la sua sensibilità artistica. L’ultima scena di Ladri di biciclette, con lo sguardo condiviso tra padre e figlio, è rimasta per lui un’immagine simbolica del potere emotivo del cinema: un linguaggio capace di superare barriere culturali e geografiche.
Guardando all’insieme del progetto, La torta del Presidente può essere interpretato come un esempio di cinema che utilizza la memoria personale per interrogare la storia e la coscienza collettiva. Il film non si limita a raccontare un episodio del passato, ma invita a riflettere sul valore della responsabilità individuale in contesti di ingiustizia e repressione. In un’epoca in cui il cinema globale tende spesso a privilegiare spettacolarità e intrattenimento, l’opera di Hasan Hadi dimostra che anche una storia semplice, radicata nei ricordi di un bambino, può assumere una dimensione universale e profondamente umana.